Licenziamento Illegittimo in Mancanza di Gravi Indizi

Redazione
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Ai fini della valutazione dell’illegittimità del licenziamento, il convincimento del giudice può fondarsi anche su una sola presunzione, purché grave e precisa,

nonché su una presunzione che sia in contrasto con altre prove acquisite, qualora la stessa sia ritenuta di tale precisione e gravità da rendere inattendibili gli elementi di giudizio ad essa contrari. E’ quanto si legge nella sentenza n. 13373 del 13 maggio 2017.

La Corte di appello di Napoli ha rigettato il gravame proposto da F.S. s.p.a. e quello incidentale proposto da N.B. ed ha confermato la sentenza del Tribunale di Benevento che aveva accertato la illegittimità del licenziamento intimato al B. in data 16 febbraio 2004.

Il giudice di secondo grado ha escluso che l'assegnazione di una password personale per accedere al sistema costituisse un elemento da solo sufficiente a provare, seppur presuntivamente, la riferibilità al B. della condotta addebitata, tenuto conto da un canto che la consulenza disposta in primo grado aveva accertato che non erano state adottate misure di sicurezza sufficienti ad escludere l'utilizzazione da parte di terzi dell'utenza del dipendente; dall'altro, che in relazione ai medesimi fatti un'altra dipendente si era dimessa ed aveva poi raggiunto un accordo con la società impegnandosi a restituire euro 460.000,00 a fronte della rinuncia da parte della datrice a procedere nei suoi confronti in sede penale.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso, ha confermato quella giurisprudenza secondo la quale il convincimento del giudice può fondarsi anche su una sola presunzione, purché grave e precisa, nonché su una presunzione che sia in contrasto con altre prove acquisite, qualora la stessa sia ritenuta di tale precisione e gravità da rendere inattendibili gli elementi di giudizio ad essa contrari e che non occorre che tra il fatto noto e quello ignoto sussista un legame di assoluta ed esclusiva necessità causale ma è sufficiente che il fatto da provare sia desumibile dal fatto noto come conseguenza ragionevolmente possibile, secondo un criterio di normalità - cioè che il rapporto di dipendenza logica tra il fatto noto e quello ignoto sia accertato alla stregua di canoni di probabilità, con riferimento ad una connessione possibile e verosimile di accadimenti, la cui sequenza e ricorrenza possano verificarsi secondo regole di esperienza.

Tuttavia, nel caso in esame, la Corte territoriale, pur dando atto dell'esistenza di orientamenti difformi da parte della giurisprudenza della Cassazione circa la rilevanza probatoria di un' unica presunzione ha poi positivamente verificato che proprio quell'unico elemento certo (utilizzazione della password personale del B.i per le liquidazioni irregolari) non era preciso e grave da giustificare, nel raffronto degli altri elementi di prova acquisiti, che in maniera inequivoca l'attività di liquidazione irregolare fosse riferibile proprio al B.
Ed infatti la Corte territoriale ha accertato, per mezzo di una consulenza, che all'epoca dei fatti il sistema operativo della società era permeabile e privo di idonei e sufficienti sistemi di protezione (meccanismi sicuri di autenticazione, salva schermo con necessità di password per il ripristino, modifica periodica obbligatoria della password). Inoltre ha verificato, sulla base delle testimonianze acquisite, che non era prevista una procedura di automatico spegnimento del terminale che quindi, ove non spento, restava accessibile. Ha inoltre accertato che sia l'accesso che l'uscita dalle procedure di liquidazione era particolarmente veloce e, pertanto, compatibile con i tempi ristretti di una pausa pranzo durante i quali molte delle liquidazioni erano state eseguite.
In definitiva, la Corte di merito è pervenuta alla decisione censurata in esito ad una ricostruzione del materiale probatorio diversa, ma non perciò solo errata, rispetto a quella auspicata dalla società, evidenziando con puntualità gli elementi di prova che rendono equivoco l'apprezzamento della presunzione che si pretende di trarre dall'utilizzazione della password del dipendente con valutazione di merito in questa sede non censurabile.
Esito del ricorso:
Rigetto.
Cassazione civile, sez. lav., sentenza 26 maggio 2017, n. 13373
a cura della Redazione Wolters Kluwer

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