Fatture False

Redazione
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Dichiarazione fraudolenta ed emissione di False Fatture.

Emittente e utilizzatore delle fatture false coincidono: sì alla doppia punibilità
Con la sentenza n. 5434 del 6 febbraio 2017, la Cassazione conferma l’orientamento secondo cui la previsione dell’art. 9 D.Lgs. 74/2000, contenente una deroga rispetto alla disciplina comune del concorso di persone, non si applica nei casi in cui sia ascrivibile al medesimo soggetto tanto l’emissione quanto l’utilizzazione di fatture false per operazioni oggettivamente inesistenti. Nell’ipotesi in trattazione, pacifica risulta, dunque, la doppia punibilità: per il reato di cui all’art. 2 e per il reato di cui all’art. 8 D.Lgs. 74/2000.

IL CASO
La Corte d’Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza pronunciata dal Tribunale, condannava l’imputato per il reato di cui all’art. 2, D.Lgs. n. 74/2000, a seguito dell’indicazione di elementi passivi fittizi, limitatamente all’annualità del 2006, nelle dichiarazioni fiscali della società di cui era all’epoca legale rappresentante mediante il ricorso a fatture false per operazioni oggettivamente inesistenti. Parimenti, la Corte dichiarava di non doversi procedere in ordine alle residuali fattispecie incriminatrici oggetto di contestazione ed in specie in relazione all’ipotesi di cui all’art. 8, D.Lgs. n. 74/2000. Avverso la citata pronuncia, l’imputato promuoveva ricorso per cassazione. Con il primo motivo eccepiva la violazione di legge con riguardo all’art. 9 D.Lgs. 74/2000 poiché la Corte territoriale non teneva conto dell’intervenuta sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p., pronunciata dal Tribunale di Perugia in relazione alla fattispecie incriminatrice di cui all’art. 8, D.Lgs. 74/2000.

Tra le fatture per operazioni inesistenti emesse e per le quali era intervenuta la summenzionata pronuncia se ne annoverava una, successivamente oggetto di imputazione anche nel procedimento penale in trattazione dinanzi ai Giudici milanesi. A tal proposito, in virtù della medesima annualità di riferimento e della connessione tra le due condotte, l’emissione della fattura e il suo successivo utilizzo nella dichiarazione annuale, l’imputato deduceva una violazione del principio del ne bis in idem sostanziale essendo già intervenuta nei suoi confronti una sentenza ai sensi dell’art. 444 c.p.p. per il reato di cui all’art. 8 D.Lgs. 74/2000.

Con il secondo motivo, si lamentava della mancanza di motivazione della pronuncia di appello riguardo alla richiesta di applicazione dell’art. 9 D.Lgs. 74/2000. Con il terzo motivo, si eccepiva violazione di legge processuale con riferimento all’erronea valutazione della sentenza di patteggiamento del GUP del Tribunale di Perugia quale prova della fittizietà della fattura successivamente presa in considerazione nel processo penale de quo. A tal proposito, l’imputato faceva presente che la sentenza pronunciata ai sensi dell’art. 444 c.p.p. non avesse comportato un accertamento pieno e completo dei fatti.

Congiuntamente, sottolineava l’erroneo richiamo all’art. 238 bis c.p.p. con riguardo alla valutazione dei verbali di altri procedimenti ed il fatto che la sentenza di patteggiamento avrebbe al più fornito soltanto la prova del reato di cui all’art. 8 ma non di quello di cui all’art. 2. Con il quarto ed ultimo motivo di doglianza, l’imputato deduceva l’omessa motivazione del provvedimento della Corte d’Appello in ordine al carattere fittizio della fattura utilizzata per la dichiarazione fraudolenta, stante il mero richiamo alla sentenza di patteggiamento e senza alcuna considerazione dell’esistenza effettiva dell’operazione posta in essere volta al contenimento dei costi.

Ipotesi di non operatività dell’art. 9 D.Lgs. 74/2000 e doppia punibilità
A seguito della constatazione del fatto che i primi due motivi di doglianza riguardavano l’erronea applicazione della disposizione di cui all’art. 9 D.Lgs. 74/2000, sebbene sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, i giudici di legittimità con trattazione congiunta ne hanno dichiarato la manifesta infondatezza.

La previsione del regime derogatorio di cui all’art. 9 D.Lgs. 74/2000, indice sintomatico della specificità del settore penal tributario rispetto alla disciplina generale del concorso di persone, si applica esclusivamente quando due soggetti diversi con condotte autonome e distinte procedano sul fondamento di un accordo alla realizzazione di una frode fiscale, ponendo in essere da un lato l’emissione e dall’altro l’utilizzazione di fatture false. La ratio della disposizione in commento non è stata, dunque, quella di evitare la doppia punibilità della medesima persona fisica per la gestione delle medesime fatture, quanto piuttosto la punibilità della medesima persona una volta a titolo diretto per la propria condotta di utilizzazione delle fatture per operazioni inesistenti e una seconda volta a titolo di concorso nella diversa ed autonoma condotta posta in essere dall’emittente con il quale ha preso accordi (Cass. pen. sez. III, 8 marzo 2012, n. 19247).

Parimenti, si riscontra un orientamento giurisprudenziale di legittimità costante nel ritenere che nell’ipotesi in cui uno stesso soggetto sia amministratore della società di emissione ed utilizzatore-amministratore di fatto di un altro ente non rientra nell’ambito di operatività del citato art. 9. Difatti, la Suprema Corte afferma che nel caso di coincidenza delle due qualifiche in capo al medesimo soggetto non possa sussistere alcuna forma di accordo, concorso o cooperazione e, dunque, si risponde di entrambi i delitti, uniti dal vincolo della continuazione ex art. 81 c.p. Dunque, se all’imputato sono riferibili molteplici realtà imprenditoriali rispetto alle quali sia ravvisabile da un lato una condotta di emissione e dall’altro una condotta di utilizzazione di fatture false per operazioni oggettivamente inesistenti, sarà considerato punibile sia per il reato di cui all’art. 2 che per il reato di cui all’art. 8 Dlgs. 74/2000 (Cass. pen. sez. III, 20 dicembre 2012, n. 19025).

Nella vicenda in esame, i giudici di legittimità hanno escluso la ricorrenza del vizio di motivazione della pronuncia della Corte d’Appello di Milano giacché nel dispositivo si delucidavano in modo esaustivo le ragioni della non operatività al caso di specie dell’art. 9 D.Lgs. 74/2000. Con l’intervenuta sentenza di condanna, difatti, si contestava all’imputato, legale rappresentante della società, esclusivamente il reato di cui all’art. 2 a causa dell’utilizzo in dichiarazione di fatture relative ad operazioni oggettivamente inesistenti. Al contrario, il procedimento dinanzi all’A.G. di Perugia si era concluso con una sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art. 444 c.p.p. in riferimento alla sola fattispecie incriminatrice di cui all’art. 8 D.Lgs. 74/2000 in qualità di amministratore di fatto della società cartiera emittente delle fatture false.

Circa la valenza probatoria della sentenza di patteggiamento ai sensi dell’art. 444 c.p.p.
Per quanto concerne i restanti motivi di doglianza, oggetto del ricorso per cassazione, afferenti la questione della prova del carattere fittizio della fattura sotto il duplice profilo della violazione di legge e del vizio di motivazione, i giudici di legittimità ne hanno dichiarato la manifesta infondatezza.
A tal proposito, è stato affermato che in omaggio all’art. 238 bis c.p.p. la sentenza di patteggiamento pronunciata ai sensi dell’art. 444 c.p.p. possa pacificamente applicarsi a fini probatori anche in altri procedimenti penali stante la sua equipollenza legislativa rispetto ad una pronuncia di condanna (Cass. pen. sez. V, 12 novembre 2014, n. 7723; Cass. pen. sez. VI, 25 febbraio 2011, n. 10094).

Ulteriormente, è stato evidenziato come tra le sentenze divenute irrevocabili potenzialmente acquisibili alla luce della disposizione del codice di rito di cui all’art. 283 bis ai fini della prova del fatto in esse accertato possano essere inconfutabilmente annoverate anche quelle emesse a seguito di giudizio abbreviato ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti ex art 444 c.p.p. (Cass. pen. sez. I, 5 giugno 2014, n. 50706).

Nel caso di specie, i giudici di legittimità hanno puntualizzato come il richiamo all’art. 238 bis c.p.p. nella pronuncia della Corte d’Appello di Milano sia corretto ed in linea con l’elaborazione giurisprudenziale al riguardo. A tal proposito, è stato riscontrato che la sentenza di patteggiamento acquisita nel procedimento penale de quo attestava il carattere fittizio della fattura emessa nei confronti dell’imputato avente ad oggetto operazioni di cessione di traffico telefonico inesistenti.

In ultima istanza, nella sentenza di condanna pronunciata dalla Corte territoriale veniva opportunamente messo in luce che la sentenza di patteggiamento si inseriva in un contesto probatorio di più ampio respiro, ricostruito anche dal giudice di prima cure, tale complessivamente da evidenziare l’esistenza di un’articolata frode carosello, meccanismo del quale l’imputato era parte.

Esito:
inammissibilità con condanna al pagamento delle spese processuali e alla corresponsione di una somma di denaro a favore della Cassa delle Ammende.
Riferimenti normativi:
Art. 2 D.Lgs. 74/2000
Art. 8 D.Lgs. 74/2000
Art. 9 D.Lgs. 74/2000
Art. 281 bis c.p.p.
Art. 444 c.p.p.
Cassazione penale, sezione III, 6 febbraio 2017, n. 5434.
A cura della Redazione Wolters Kluwer, Quotidiano Giuridico

Avvocato Francesco Murru

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