La Coscienza

Redazione
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Una delle grandi domande filosofiche riguarda la natura della coscienza o, per esprimerci come i filosofi, il ‘problema del legame’ che sarebbe il come la materia ( i neuroni cerebrali) diventano pensiero. A Cura della Dottoressa  Giuliana Gibellini

La coscienza è quel particolare tipo di pensiero di quando siamo consapevoli di pensare, o di esistere o di fare quello che stiamo facendo. La domanda è complessa poiché il cervello è la struttura più complessa dell’universo e quella che abbiamo a tutt’oggi per risposta è quella formulata da Gerald Edelmann e Giulio Tononi , molto accreditata e scientificamente fondata, che dice che la coscienza si genera dagli scambi velocissimi e paralleli tra molte parti del cervello, dalle più antiche alle più evolute.

Il cervello è una complessa architettura composta di neuroni collegati fra loro che si ‘scambiano informazioni’ attraverso sostanze chimiche dette neurotrasmettitori. Sono suddivisi in aree deputate alle varie funzioni: motoria, tattile, visiva, mnemonica, linguistica, ecc.. Il cervello ricevere informazioni dalla periferia, cioè dal mondo esterno e dal corpo stesso attraverso i nervi sensori ed elabora queste informazioni al suo interno trasmettendole alle diverse aree del cervello che a loro volta restituiscono una informazione di feedback.

Quando le informazioni, sotto forma di scariche neuronali e sostanze chimiche dette neurotrasmettitori, viaggiano velocissime e parallelamente nei due sensi fra le parti del cervello coinvolte con un meccanismo che in fisica viene definito ‘rientro’, si genera la consapevolezza di quello che sta succedendo. Per dirlo formalmente, la coscienza è una proprietà emergente del cervello considerato come sistema.

Il rapporto delle neuroscienze con la psicologia è stato di reciproca ostilità, a mio avviso, inutile. Nell’abbracciare l’una o l’altra delle discipline dobbiamo resistere a due tipi di errori. Se lavoriamo dal versante psicologico dovremmo cercare di attenerci ad un metodo scientifico verificabile ed allontanarci dalle tentazioni esoteriche che farebbero scivolare nel mistico o addirittura nell’occulto facendo somigliare lo psicologo ad un veggente. Dall’altra, se si opta per l’approccio neurologico, il rischio è quello del riduzionismo, cioè di pensare che siamo materia e soltanto materia il che....se, appunto, pensiamo....è una contraddizione in termini.

Vedo il rapporto fra le due discipline simile al rapporto che hanno due squadre che scavino la stessa montagna per fare una galleria: partendo da due versanti opposti, lo scopo è quello di incontrarsi e aprire la via. Fuor di metafora, la psicologia ha sempre indagato i fenomeni osservabili dall’esterno, come il funzionamento della memoria o l’apprendimento o il problem solving, mentre le neuroscienze hanno indagato l’anatomia e la fisiologia cerebrali, diciamo l’interno.

Il grande compito è comprendere meglio come la materia diventi pensiero e come questo influisca poi sulle successive scariche neuronali. Le attuali tecnologie, come la risonanza magnetica funzionale, che rendono possibile osservare il funzionamento del cervello nelle sue varie aree con metodi poco invasivi e applicabili a persone coscienti e che svolgono molti compiti quotidiani hanno richiesto le competenze di psicologi e neurologi insieme e reso possibile affascinanti scoperte sul pensiero umano.
Per ‘pensiero’ intendo sia la cognizione sia il provare sentimenti; non possiamo rinunciare a nessuna delle due.

Dottoressa  Giuliana Gibellini

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Psicologa-psicoterapeuta
Specialista in psicologia clinica
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